Nel novembre 2003, grazie soprattutto alla costanza nell’organizzare il viaggio del mio amico e compagno di fotografia Francesco Miceli che ringrazio di cuore partimmo per l’India, primo obiettivo “i cantieri di Alang “. Francesco aveva chiesto ed ottenuto i visti per entrare all’interno dei cantieri attraverso internet ma non eravamo così sicuri di riuscire ad entrare nonostante i visti. Pieni di entusiasmo io soprattutto, era la mia prima volta in India per me, arrivammo a Bhavnagar dopo tre giorni di viaggio di cui l’ultimo in macchina lungo tutta la costa a nord di Mumbay, solo 300 km, ma per farli ci abbiamo impiegato 18 ore. Una fila interminabile di camion, enormi e strombazzanti, ci annunciavano già i luoghi dove saremmo arrivati.
Facevo i primi passi in un paese di cui avevo letto e sentito le cose più emozionanti e più catastrofiche nello stesso tempo. E proprio come immaginavo, l’impatto fu molto emozionante: gli odori, le puzze, i colori, l’immondizia, gli sguardi e tutta la vita che scorreva intorno, mi emozionava e mi metteva paura. In ogni modo in quel primo giorno prendemmo contatto con un uomo che ci assicurò di accompagnarci in macchina (Alang dista circa 50 KM da Bhavnagar) e aiutarci ad entrare nei cantieri. Il giorno dopo si parte per Alang arriviamo ai cantieri verso le 8 del mattino, i cantieri apriranno solo alle 10 quindi decidiamo di visitare i molti venditori che trovi lungo la strada che arriva ai cantieri. Un enorme mercato dove trovi tutto quello che trovi nelle grandi navi: dalle scialuppe di salvataggio ai posacenere delle cabine, migliaia di lampade, stoviglie, posate e poi ancora, apparecchiature elettriche e strumenti per la navigazione, radar, sonar e semplici bussole, insomma un posto che meriterebbe un paio di giorni. Ma siamo arrivati alle 10 ed entriamo negli uffici della direzione.
Inizia uno show teatrale, inventano ogni scusa per perdere tempo e portarci all’esasperazione, si inizia con un funzionario che è in ferie ed è lui che ha i nostri permessi gli altri cercano ma non li trovano, nel frattempo ci illustrano come l’azienda tiene alla sicurezza sul lavoro e ci mostrano foto che ritraggono una diecina di operai che seguono un corso sulla sicurezza, ad Alang nel periodo migliore arrivano a lavorare 30000 operai. Insomma arriviamo alle 4 del pomeriggio e finalmente arriva il funzionario che era in ferie ed è rientrato solo per noi, trova i permessi e a quel punto ci erano rimaste solo un paio di ore di luce per scattare, ma arrivati a quel punto non potevamo ritornare il giorno dopo con la certezza che avrebbero inventato qualche altra scusa per portarci fino al pomeriggio, quindi siamo entrati.
Le foto quindi sono il frutto di due ore soltanto di riprese e di sotterfugi che abbiamo messo in atto per evadere il controllo dei due caporali che ci avevano messo dietro per evitare che facessimo foto agli operai durante il lavoro.
Porto ancora con me impresso l’odore dell’acetilene e dell’ossido di ferro che era fortissimo e soprattutto lo sguardo degli operai che mi guardavano dritto in macchina, non ho potuto scambiare parola con loro, forse stavano pensando “guarda questo che è venuto fino all’inferno per fotografarci o forse e mi piace pensare che erano consapevoli che quelle foto le avrebbero viste in giro per il mondo e avrebbero contribuito a rendere informate le persone e forse riuscire ad ottenere che le navi che arrivano laggiù fossero ripulite da: olii nocivi, pcb che rimangono nelle stive o dall’amianto nelle fodere e obbligare gli armatori europei a smaltire i rifiuti tossici. Cosi da rendere il loro lavoro durissimo si ma non un inferno.
Mauro Fagiani agosto 2009
[flgallery id=4 /]
